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Una giornata, un colloquio

L’orologio della stazione segna le nove, ora di prendere il treno.
intorno solo gente ancora intontita dal sonno, smarrita nei suoi pensieri, inebetita dai pensieri quotidiani.
Franco oggi è motivato, vuole fare valere il suo valore.
Ha un colloquio di lavoro, collloquialmente ci sa fare o almeno crede.
Vistito di tutto punto non teme nulla, come se dovesse affrontare un esame di una materia proibitiva
pensando che ha tutto dalla sua: la faccia sbarbata che ispira fiducia, la ventiquattrore linda e pinta
per fare notare come sia una persona professionale e organizzata, il tablet e lo smatphone a portata di mano con cuffie integrate.

Così fiducioso prende il treno e rivede quei paesaggi tipici che scivolano via velocemente.
Tornato in Sicilia, tutto gli parla di questa bella terra:
Alberi di limoni carichi splendenti al sole siculo, palazzoni fabbricati e non intonacati per mancanza di soldi o forse perchè abusivi, gente scioperata che affolla i bar, stazioni del treno deserte di contro a strade intasate di automobili posteggiate selvaggiamente.
Si, fa un certo effetto rivedere i soliti posti ma con occhi diversi.
Gli occhi affatticati ma  ancora pieni di vita di chi ha conosciuto altri posti, anche se per poco. Di chi era abituato a prendere metro e mezzi pubblici per muoversi in città senza la necessità di trovare un posteggio o di accostare in tripla fila per comprare un paio di scarpe. Di chi continua a non capire tutto ciò anche se ne fa parte integrante e ne è consapevole. La realtà chiama e si trova di fronte l’ufficio della azienda AGBRpronto per il colloquio.

Intorno una selva di gente alla prima esperienza o già navigata che sta aspettando il proprio turno. Il selezionatore lo fa accomodare. Convenevoli di convenzione e presentazioni. Durante il ciarlare molto cose attirano l’attenzione del nostro Franco:
Sui muri scritte motivazionali; ONDA del successo. La potenza  è Nulla senza il controllo.
Grafici vari con obiettivi da raggiungere e premi vari. Teme la solita solfa del venditore, dei prodotti di successo e così via. Il selezionatore lo induce a pensare che lui guadagnerà un sacco di soldi facendo valere le sue qualità ma ripetendo stancamente: “Questo non è un porta a porta!
Farai un corso di formazione pratico! Solo poche ore di teoria per poi affrontare tutte le tue paure sul campo. Lì ti formerai e farai vedere quanto vali”.

Alla domanda del selezionatore:”Come ti vedi Fra 5 anni?” domanda di rito che di sicuro si sarebbe aspettato, rispose quasi senza pensare né prendere fiato:

“Mi vedo lontano da qui a lavorare in una fattoria lontano da false promesse e aspirapolveri da vendere. Mi vedo respirare aria pulita in campagna e non costringermi a passeggiare in mezzo a discariche improvvisate. Mi vedo camminare per i campi e libero da SUV cittadini e la paura degli immigrati. Mi vedo in una casetta a leggere un libro scritto 100 anni fa lontano dal frenetico mondo dei social. Mi vedo scrivere con la penna sulla carta vecchia e ingiallita piuttosto che usare freneticamente la tastiera del cellulare con le parole suggerite o digitate male.”

il selezionatore lo abbracciò, se lo strinse al petto e singhiozzando gli disse in un orecchio : “Lei non lavorerà per noi, ma io verrò con lei a ricominciare daccapo”

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L’aurea magna

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Marzo di laurea in aeteneum.
Dopo tanti studi et sacrifici
il nostro imperator laureator si copre il capo
della sapienza magistrale.
Eccolo il vantum familiae pagantes universitas
et genius sapientiam magnam
Salve, o laureatum studiorum
a te, che aneli al laborum mercatum
lo collega tuo ti dice il seguente “mementum labori”
Nunc et hic disoccupatum
et labore non est sed peregrinatio in precariatum necessita!

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Gli alberi di limoni

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Solite pratiche da sbrigare, solite corse in giro per la città.
Avanti e indietro affaccendati per poi trovare il tempo al bar
di fronte ad un cappuccino a parlare di politica, la solita maledetta!
Anche tu, quando si avvicinano le elezioni sei pronto a metterti in prima linea?
Pure tu scendi in campo pensando di dare la svolta giusta?
No, non darmela a bere!
Il tuo è il solito protagonismo spiccio condito da personal marketing,
interazioni social e popolarità effimera da selfie.
Pronto a immortalare il momento in questo vuoto regno del reale
in cui si cerca e si trova solo cosa effimere e momenti di goduria personale.
“Tu non puoi capire, stai in provincia!”
Infatti, è meglio non capire i sondaggi e il malumore diffuso.
Così nel pomeriggio faccio una lunga passeggiata per il borgo.
Solito squallore, solito lento aspettare.
In campagna due alberi stoicamente resistono
e oggi sono carichi di limoni.
Da questa giornata ne ricavo questo:
un sacchetto di limoni del peso di circa 3 chili.
Cosa ne farò? Li venderò in giro o ne farò delle limonate.
Questa oggi la mia ricchezza.

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Il festival della vanità

Arriva il festival che tutta Europa non ci invidia per la sua tradizione.
Tutti si preparano a seguire un evento che non ha più la capacità di capire la musica italiana.
Facendo il solito mix di cantanti affermati e nuove proposte voluto dal perbenismo di fondo,
ecco la vera svolta della conduzione: l’imperatrice suprema della televisione!
Proprio lei, la Filippa Maria Antonelli che, accompagnata dal presentatore “bello, bravo e abbronzato”, sicuramente intratterranno un pubblico distratto di
ultracinquantenni chiusi in casa in preda
al pericolo della globalizzazione.
Entra l’imperatrice, applausi e fiori.
Il presentatore diventa ancora più abbronzato e toscano, adesso racconta aneddoti divertenti
e fa la corte all’imperatrice. Intanto, fuori dal muro di fiori profumati, un gruppo di disoccupati
sta per darsi fuoco perchè chiede di lavorare ai politici più affascinanti che si fanno selfie con cittadini comuni.
Arriva la superstar ospite d’eccezione appena uscita dal tunnel della coca.
Applausi scroscianti e urla di fans invasati.
L’esibizionismo procede e, dopo la performance canora, l’artista slinguazza l’imperatrice
rischiando il carcere a vita. Ma la nostra è indulgente e gli da una pacca sul sedere
e il suo numero di stanza.
Continua l’esibizione e, dopo alcune canzoni preconfezionate e che invocano l’amore, si procede al’elezione del vincitore.
La vincitrice è lei; l’imperatrice Filippa. Il Pubblico applaude e festeggia con numerosi selfies. Lei non ha cantato ma ha manifestato tutto il suo potere
sulle menti dei cantanti e sui presenti.
Viva la nostra suprema grazia! Grazie a lei la musica italiana conoscerà un nuovo periodo di splendore. Le sue factory si moltiplicano producendo replicanti cantanti intonati e bravi da consumare come un panino supreme, ovviamente dedicato a lei, e nuovi protagonisti da reality
da inviare in isole sperdute o , in alternativa, in programmi di cucina creativa con cuochi
provetti che insultano tutti i partecipanti.

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Tradurre ossia portare oltre

La traduzione non nasconde il proprio orientamento verso uno stadio ultimo e
decisivo di ogni costrutto linguistico.
Nella traduzione l’originale (non si riproduce semplicemente ma) lievita
in un’atmosfera linguistica più alta e pura.
La traduzione significa una lingua superiore a quella che è e, quindi,
resta inadeguata, estranea e persino violenta rispetto al proprio contenuto.
Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua d’arrivo
dove si ridesti l’eco dell’originale.
La traduzione non si trova, come la poesia, dentro alla foresta del linguaggio,
ma fuori e di fronte. Per amor suo, il traduttore rompe le barriere fatiscenti
della propria lingua. La traduzione tocca l’originale di sfuggita e solo nel punto infinitesimale del senso. L’errore
Fondamentalmente del traducente è di attenersi allo stato contingente della propria lingua invece di lasciarsi commuovere dalla lingua straniera. Per quanto buona sia la traduzione,non può mai significare qualcosa per l’originale. E,tuttavia, essa è in intimo rapporto con l’originale in forza della sua traducibilità, addirittura, in rapporto tanto più intimo quanto meno significa per l’originale. La parola del poeta sopravvive nella propria lingua, anche la più grande traduzione è destinata a essere presa dallo sviluppo della lingua e a perire nel suo rinnovamento.

Il compito del traduttore, Walter Benjamin,1920